Non so se il picco di folklore della giornata l’abbiamo raggiunto la mattina appena arrivati sotto la parete, quando siamo saliti l’uno sulle spalle dell’altro per cacciare dentro il primo spit all’attacco (della serie Comici spostati proprio) o se invece l’avevamo già raggiunto il giorno prima quando Marghe – madrelingua scialpinista – mi scrive che per il ritrovo pensava di fare alle 5.30.
Che poi io sul Civetta non ci sono manco stato ancora, però me l’immagino bello alto, con avvicinamenti lunghi e sveglie in orari in cui sto bevendo il terzo gin-tonic della serata.
Il messaggio cancellato è quello in cui scrivevo “5.30? Ma seria? A quell’ora le montagne hanno ancora la saracinesca giù”. Poi ci ripenso, dopo averlo mandato, e dico che no, effettivamente ci vuole un po’ di tempo, dai Franco – mi dico – non fare sempre quello che si mette di traverso. Si, e 5.30 sia.
E invece a sto giro avevo ragione. Perchè quando arriviamo sotto la parete eccola lì la saracinesca: è una saracinesca alta 300 metri, mezza strapiombante che si chiama Ancesieu. E forse i vecchietti avevano ragione, non ci metteremo poco. I vecchietti sono gli amici della Marghe. Li chiamiamo affettuosamente vecchietti solo perchè hanno una decina d’anni più di noi, ma si tengono come noi dieci anni fa’. E ci hanno consigliato una bella via su sto paretone. Talmente bella che ho dovuto tirare fuori friend e nut dalla cantina: è passato talmente tanto tempo dall’ultima volta che li ho usati che alcuni hanno già superato la data di scadenza.
“La via più facile della parete” c’è scritto qua e là nelle relazioni che mi sono premurato di leggere nei giorni precedenti. Non così facile, almeno per lo stato in cui ci arrivo. E per rendere il tutto un po’ più difficile in cima al secondo tiro mi stacco lo zaino per attaccarlo alla sosta e sento qualcosa che vola giù per decine di metri. Non lo zaino per fortuna, ma il sacchetto della magnesite, che vedo cadere proprio alla base della via. Ma non ci vorrà mica la magnesite per fare “LaViaPiùFacileDellaParete”, no?
E invece non ho ragione per nulla. Ce ne vuole, e anche una buona dose di tenenza e mente salda che devo aver lasciato nel cofano della macchina stamattina, sicuro. La via è bellissima, il granito piace, Marghe in ottima forma, Franco un po’ meno, ma saliamo senza troppi indugi.
Una cavalcata fra diedri yosemitici, fessure da urlo, svariati blocca e voletti, friend che fanno din din e scivolano giù non appena sei salito un metro sopra, ci porta ben prima delle 7 ore preventivate dai vecchietti fin sotto l’ultimo tiro, un dietro fessurato offwidth, mezzo bagnato, mezzo strapiombante.
Beh allora, mettiamola così: fra le scuse migliori che si possono addurre prima di calarsi senza aver finito la via, una delle migliori resta il meteo incerto. Eccoli li: grossi e provvidenziali nuvoloni si addensano sopra l’abitato di Forzo, di quelli che ti fanno dimenticare che in realtà sei un po’ scarso o un po’ pavido per provare ad avventurarti su quel fessurone dove ci vorrebbe un 6 BD che ovviamente non ci siamo portati dietro, perchè “Ma che davero? un friend così grosso, solo per fare l’ultimo tiro in cima alla via, ma si sticazzi.”
Ci fermiamo un po’ a discutere fra noi, se proseguire o meno. Non è una vera discussione, o meglio, col senno di poi sembra più una storia già scritta. Si finge di essere dispiaciuti di non poter proseguire – d’altronde quei nuvoloni portano pioggia sicuro, non vedi? – e che certo sarebbe figo arrivare in cima, e dentro di te intanto pensi a quando tornato a casa ti chiederanno “Com’era la via domenica?” e mestamente dovrai anche infilarci dentro un “Eh purtroppo non l’abbiamo finita” perchè l’orgoglio dello scalatore può essere più grosso di molte montagne.
Mangiamo, facciamo la foto non di vetta, poi ci caliamo.
Fra le varie calate incontriamo un’altra cordata, che deve aver attaccato ore dopo di noi perché non è neanche a metà parete. Arrancano, ma sembrano decisi ad arrivare in cima, mentre noi scivoliamo giù veloci come la pioggia che non arriverà mai quel giorno. “Vi calate?” domandano. “Eh, quei nuvoloni li, portan pioggia SICURO”. E un altro pezzettino di orgoglio scalatorio intanto cresce silenziosamente dentro di te.
I vecchietti sono arrivati in cima e noi no. Ma per fortuna, per noi che non siamo vecchietti, l’unica montagna da scalare è quella dentro di noi. Beh, questa si che è una buona scusa.
Grazie Marghe. Ci vediamo la prossima estate sul Civetta.