Sono uno degli iscritti al corso di AL2 della FALC e, come tanti di noi, non avevo mai fatto una via lunga prima di questo corso, soltanto arrampicato in falesia.
In queste parole non voglio raccontare di quanto sia bello il gruppo FALC a livello personale e del divertimento conviviale che abbiamo avuto, per quello ci sono già un sacco di foto a testimonianza; in questo racconto vorrei trasmettere le emozioni che ho provato arrampicando, forse perchè mi piace fare un po’ il romantico.
Prima di partecipare avevo delle aspettative che si basavano su ciò che avevo vissuto nelle mie esperienze precedenti: credevo che fare una via lunga sarebbe stato un po’ come l’unione tra il fare una via ferrata e scalare in falesia. Certo, in parte queste aspettative si sono realizzate: come in una ferrata ho ritrovato le stesse viste ed emozioni date dall’esposizione, dall’altezza, dai panorami estesi fino all’orizzonte che spesso anche qualche bella falesia sa regalare.
C’è però tutta una parte sociale e personale di questa esperienza che non avevo mai considerato prima.
Quando scali in falesia ti aspetti un certo livello di socialità, in base al gruppo con cui sei andato: interazioni abbastanza costanti e comunque evidentemente presenti durante la giornata. Non è raro trovarsi a chiacchierare, specie nei luoghi più famosi e facili da raggiungere, con altri gruppi di arrampicatori, o svariati accompagnatori che non scalano oppure addirittura con persone che passano di lì per fare la loro escursione più o meno impegnativa, lasciando soltanto qualche commento del tipo: “sta’ atent neh!”.
Quando attacchi una via ferrata, che nelle mie personali esperienze ho fatto sempre in 2-3 persone, il livello sociale aspettato è molto più basso, ma sempre comunque costante. A meno di qualche passaggio particolarmente poco protetto in cui ci si lascia una decina di metri di spazio, si sta sempre a portata di chiacchiera, parlando di quanto è bello o brutto quel determinato punto, com’è andata la serata prima, “non vedo l’ora di magnarmi il mio bel panino” e così via.
Una via lunga, invece, non è comparabile a niente di tutto ciò.
Un po’ di chiacchiere all’attacco, ovviamente; poi il primo fa il rituale di controllo per essere sicuro di avere tutta l’attrezzatura per allestire la sosta, controllo dei nodi, dell’assicuratore e una rilettura della relazione del tiro, infine un bel “Ci vediamo sù!” e via. Qualche metro a portata della vista dell’assicuratore e dell’eventuale altro secondo di cordata, poi la via continua dietro a un bombamento e da lì, sei solo.
I compagni ci sono ancora, ma le parole diminuiscono, poi spariscono del tutto, fino al momento in cui arriva un lontano “molla tutto!” che a volte non è nemmeno verbale ma è solo un segnale, silenzioso.
Tutto quello che succede tra la partenza dalla sosta sottostante all’arrivo alla sosta successiva è un altro mondo. Quella situazione nel mezzo è stata diversa da ogni altro confronto che ho avuto con la montagna, forse più puro, un po’ più autentico, sicuramente più personale. In quel momento non pensavo; come ci ha detto Francesco Sportelli nella lezione sull’allenamento, in quel frangente mi sono sentito “nel flow”. Una situazione di pace interiore e solitudine che in falesia non mi era mai capitato di raggiungere, forse perchè prima d’ora non mi era mai capitato di scalare senza che l’assicuratore non mi potesse vedere; nelle vie lunghe che ho percorso durante AL2, invece, è successo sovente. Nessun compagno a gridarti la beta da sotto, a consigliare dove mettere quel piede e quella mano; nessuno a spiegarti come affrontare un passo quando, per ragionare, ti sei fermato un attimo (e magari pure in falesia vorresti farlo da solo; ma è un altro discorso). Scalare “teleguidati” sicuramente è didattico, ma affrontare il tiro in completa autonomia, senza poter chiedere consigli a chi sta sotto, nemmeno volendo, credo che sia stato istruttivo sotto un altro punto di vista: quello mentale.
Facilmente capita che i tiri dei multipitch siano spittati più lunghi rispetto alle falesie, e la cosa, oltre ad essere un fattore psicologico per la questione “Dove finisco se cado qui?”, contribuisce anche a rendere una via lunga un po’ meno leggibile di un monotiro: in quel frangente di solitudine, può essere stato un altro punto che ha contribuito a quello stato mentale di focus: la prossima sosta, prima di raggiungerla, devi trovarla (o inventarla, n.d.r.), ed è una tua responsabilità da primo di cordata.
Anche il rapporto che si crea con i compagni è differente: se c’è un problema, è un problema di tutti. Io non voglio e non credo neanche che sia giusto ignorare il rapporto personale che, durante una via, inevitabilmente si stringe. Quando sei di fianco ai tuoi compagni su una cengia, pronto a ripartire, non sei legato a loro solo con la corda: se uno è felice, contagia gli altri. Lo stare bene si condivide, anche involontariamente. Se uno è stanco o affaticato lo si nota, e ci si aiuta. Si inizia e si finisce legati, forse un po’ si resta legati anche dopo.
Certo, ci sono state anche le situazioni in cui tutto il corso AL2 FALC era sulla stessa parete di Rocca Sbarua, un momento di socialità al pari di una mattinata in falesia.
La mia esperienza si limita a quello che abbiamo fatto all’interno del corso, quindi non so quale delle due situazioni sia la più frequente quando si va ad affrontare una via lunga: è capitata la giornata dove ho interagito soltanto con i miei compagni, ma mi è anche capitato di condividere la sosta con membri di altri corsi o scalatori che erano lì autonomamente, oppure che sulla via di fianco ci fosse un’altra cordata; nonostante questo, c’è sempre stata la possibilità di ritrovare quel flow di solitudine che si è radicato nella mente e che ho apprezzato in modo particolare.
Partecipare a questo corso e scoprire le vie lunghe mi ha trasmesso qualcosa di più di fare un tiro in falesia: una via lunga è un viaggio, stai andando da qualche parte, salendo non solo per il gusto sportivo di salire ma anche per raggiungere un obiettivo un po’ più sù, più libero, forse anche un po’ più lontano dalla società.
Nel mio piccolo, da ignorante di questa realtà, ho scoperto questo nuovo modo di vivere la montagna. Forse qualcuno che ha scritto delle proprie storie montanare ha già espresso tutto ciò con parole migliori delle mie; questo breve racconto voleva essere più simile a una pagina di diario o ad una lettera ad un amico scalatore per suggerirgli di intraprendere la stessa bella avventura.
Sicuramente questo corso è stato soltanto l’inizio: credo che come per me lo sia stato anche per altri, e dobbiamo un po’ tutti ringraziare lo spirito della FALC in tutto questo: Ferant Alpes Laetitiam Cordibus!
E per il resto: “Ci vediamo sù!”