Dolomiti, Pale di San Lucano, Spiz di Lagunaz, diedro Casarotto-Radin ripetizione del 9-10-11 Giugno 2025
Luigi Berio e Luca Bozzi
“Non sono gli uomini a fare i viaggi ma i viaggi a fare gli uomini”
Ore 15,30 mercoledì 11 giugno 2025, ponte su un torrente 1150 s.l.m. Mancano 350 m in discesa per Col di Prà, il punto di arrivo, l’auto, la fine, la salvezza!
Situazione del Bozzi, nato il 19-2-64 (vecchio alpinista con discreta esperienza): mal di gambe e spalle, mani gonfie, ginocchio sinistro (quello senza menisco e senza legamento crociato) leggermente dolorante, anca destra affetta da artrosi decisamente arrabbiata, piede gonfio causa incontro violento con sasso “cecchino”, almeno 8 zecche che gli fanno compagnia, graffi multipli e “orticate” ovunque, imbrago ancora vestito con cose varie ciondolanti, zaino e corda in spalla.
Situazione Luigi Berio, il compagno di cordata, di una trentina d’anni più giovane del “rottame” sopra descritto: un leggero fastidio alle punte dei piedi causa scarpe troppo precise, per il resto nulla a parte un poco di stanchezza e una discreta voglia di arrivare a valle.
I due incontrano un ragazzo che corre in salita, bello, alto, con il codino e il fisico da atleta.
Uno sguardo, “da dove venite?” domanda il bel ragazzo.
“Diedro Casarotto” risponde il rottame.
Silenzio.
“Di… Bono” (tipica espressione veneta un po’ blasfema ma efficace) “in giornata?”
“no, ce la siamo presa comoda..”
Bravi ragazzi!
Il vecchio ragazzo è gasato, distrutto ma felice, ha capito di aver fatto una cosa decisamente fuori dal comune, è vero ci son voluti 3 giorni ma è quasi alla fine della gita e… respira ancora.
La via-viaggio in questione era nell’elenco delle mie vie da fare e che Luigi ha battezzato “le desiderata” ma era stata cancellata anni fa con l’avvicinarsi di un’età molto matura e una capacità fisica ridotta inevitabile.
Ma se la proposta arriva dal giovane… beh, si parte senza discussione! Gioco il jolly!
E poi il jolly non è uno qualunque ma è un arrampicatore di gran classe, quando lo vidi per la prima volta in azione mi ritornarono alla mente le parole con le quali Severino Casara definì le abilità arrampicatorie di Emilio Comici, asso dell’arrampicata degli anni ’30 del secolo scorso: “arrampicava come avesse le ali di un angelo”. E ho detto tutto!
Luigi, oltre ad essere arrampicatore di classe superiore, geologo e aspirante Guida Alpina, incarna il mio modo di andare per montagne da 50 anni: passione, amore per le linee belle e alpinistiche, voglia di avventura e quel pizzico di follia che anima noi arrampicatori.
La nostra via ha un centinaio di ripetizioni in 50 anni. Fantastico, che avventura. Ma perché così poche cordate? Lo capirò alla fine.
Preparazione meticolosa e lunga (leggi settimane) dove vengono elencate su foglietti volanti le cose da portare, pesati sulla bilancia della cucina moschettoni, pile, sacco a pelo, scarpette e calzini, scamorze e speck, martelli e chiodi, nut, mandorle, friends e barrette, moschettoni a ghiera solo 2 a testa, le ghiere pesano, ecc. ecc. ma la cosa più pesante è sempre una sola: l’acqua 1l = 1kg e noi ne portiamo 8 l per 2 o 3 giorni. E abbiamo visto giusto.
Mia figlia Silvia sollecita di lavare il piatto della bilancia visto cosa ha ospitato.
Non ti dico preparare le relazioni della salita e della discesa, lo studio delle guide, dei libri e delle foto che dura da settimane, anche perché l’orografia del posto è veramente complicata, fotocopie (due copie) di almeno tre relazioni dove lo stesso tiro passa dal 2° al 6° – una confusione totale – e poi la discesa, che non è una vera discesa ma una gita vera e propria con doppie, una vietta di 200 m di 3° e 4°, ancora doppie, una camminata in salita, poi ancora doppie e lunghissima discesa di 1300 m di dislivello su sentieri poco battuti ma ricchi di ortiche e tracce di camosci ricche di zecche. E poi ci vogliono tre giorni di bel tempo preceduti da poche piogge, insomma una cosa che fai una volta nella vita.
Ore 5 di lunedì 9. Si parte, pila frontale e peso sulle spalle che dà già fastidio dopo 5 minuti, bosco senza sentiero ma con ometti messi durante un’ispezione del pomeriggio precedente (circa 250 m di dislivello), zoccolo di 600 m di dislivello (in parte si cammina, in parte ci si attacca ai mughi e in parte si arrampica sul 3°/4°, se non sbagli 5°+ se sbagli… e noi sbagliamo).
Meno male che compaiono delle corde fisse più che altro utili ad indicare il percorso veramente incasinato.
Le foreste del Virunga in Congo sono meno complicate.
Dopo più di 4h l’attacco. Ma siamo veramente fuori dal mondo e l’idea di ritornare su quello zoccolo mi fa star male quindi: “indietro non si torna”.
Sopra 800 m di parete… e che parete!
Istituiamo lo zaino del primo, fastidioso, forse 5 kg ma accettabile, e lo zaino del secondo dal peso per me mostruoso, una specie di zavorra che ti rovescia all’indietro anche se sei su una placca appoggiata. Una vera prova di forza.
I primi tiri che dovevano essere facili, forse lo sono ma sono comunque un casino, si capisce poco dalle relazioni, alla fine il mio vecchio naso alpinistico trova il giusto passaggio ma è Luigi a risolvere il tiro di quarto grado in odore di 6°- dove addirittura pianta un chiodo di protezione, roba d’altri tempi!
Al sesto tiro conduco io: “4°+ su buone prese” dice la relazione. Sarà lo zaino, sarà l’età, sarà l’emozione, sarà che non è evidente la linea da seguire, ma questo 4°+ mi impegna tantissimo e mi rendo conto che qui non si scherza.
“Luigi va avanti tu che poi mi riprendo”… il prossimo è 5°+ e poi 3 tiri 6°+ A1 e poi… e poi…
Non perdo la fiducia nella buona riuscita dell’impresa ma sicuramente perdo la stima nelle mie capacità, eppure due settimane fa 500 m di parete, 15 tiri di cui 4 di 5°+, 6° e forse 6°+ risolti da primo e direi elegantemente.
Ma qui è tutto diverso, sembra di ritornare a scuola di arrampicata.
Maledetto chi ha inventato i gradi! Sono 50 anni che ci capisco poco sulle gradazioni delle vie, ma oggi abbiamo raggiunto il top.
Da qui in poi sarà Luigi a condurre la cordata a parte un paio di tiri di quarto grado che farò io.
Ho passato la mia vita alpinistica ad andare da primo o a volte in alternata. Ora mi godo la pensione del secondo… e me la godo. E forse a 61 anni me la merito.
La salita continua, passaggi belli si alternano a momenti molto impegnativi e faticosi, “duri e fisici” come diciamo noi in gergo, il bello dell’arrampicata viene un po’ meno, gioca più la sopravvivenza e il guadagnare metri e metri verso la cima, vuoto assoluto, solitudine assoluta, consiglio Luigi di andar via leggero a salire senza zaino i tiri più duri (e pensare che volevo andare alternato!), lo recupereremo in due, il mini saccone, che viene inserito per proteggerlo in un bel sacco giallo della spesa con una lettera… lunga che tutti conosciamo, nel vuoto descrive pendoli un po’ inquietanti.
In sosta, appeso come un salame, mi faccio delle domande. Sono 50 anni che vivo il mio tempo libero spesso stando in sosta, tra un tiro e l’altro, appeso, imbrago che taglia i fianchi, scarpette che fanno male, ecc. ecc.
Non è un bel posto ma forse è molto meglio di quello che hai alle spalle e di quello che hai davanti. Non ho ancora imparato la lezione?
No. Perché la sosta per me è una parte importante della via, forse la più importante. La salvezza temporanea quando la raggiungi, l’incontro con il tuo compagno, lo scambio di impressioni, il momento di incoraggiamento reciproco. La sosta è il carburante per proseguire, in sosta si pensa e si programma il futuro della via, in sosta si fa tesoro dei tiri precedenti.
In sosta hai a volte paura, in sosta sei felice perché sei lì e basta, in sosta vivi l’avventura della parete, in sosta pensi, in sosta spesso mi addormento ma il compagno non lo sa. Fa parte dell’avventura.
I monotiri non mi sono mai piaciuti. Mancano le soste, manca la fatica di stare in sosta, manca la cordata, manca il compagno. È un altro sport.
Una bella nicchia profonda e confortevole da due posti massimo (stretti), sarà il nostro posto da bivacco, un materassino trovato sul posto e la “carta a bolle” portata saranno il nostro isolamento dal terreno umido, il soffitto gocciola ma non troppo. Applausi alla scamorza, al mini trancio di speck e alla “marmellatina solida”, notte relativamente tranquilla, a 50 cm dalla nostra testa la parete piomba verso la valle con un vuoto inquietante, nebbie umide avvolgono la parete, siamo nel sacco a pelo… ma legati.
Il primo tiro del secondo giorno è già stato salito da Luigi il pomeriggio precedente lasciando una fissa. È il famoso tiro del “chiodone di Casarotto”, una sorta di sacro Graal dell’alpinismo.
Ma come ha fatto Casarotto a salire questa via con gli scarponi, solo chiodi come protezione, soste e progressione (no nut, no friend), tutta da primo! 6 giorni tra salita e discesa e tre di maltempo. Un mago, un panzer. Altro che 7b!
Secondo giorno ore 5,30. Per velocizzare saliamo i primi metri della fissa con i Marchand evitando un tratto duro e marcio.
Ma a differenza di Luigi, salito per primo, io devo staccarmi dalla sosta e pendolare 2 o 3 metri nel vuoto verso la valle e poi verso la parete e poi verso la valle…
Una colazione da brivido, mi convinco che è tutto molto bello e fa parte dell’avventura… ma chiudo gli occhi, mi lancio nel vuoto e spero che tutto tenga.
Finalmente vediamo il famoso diedro che non si vede da nessun posto tranne che dalla quarta pala di San Lucano.
Una vera cattedrale della natura, dritto, perfetto, altissimo, veramente impressionante, vale la pena arrivare qui solo per vederlo.
Passato il tratto di parete aperta e strapiombante penso: “finalmente in diedro si arrampicherà più facilmente, 10 tiri ancora, sarà puro divertimento, da mangiare in un boccone”.
In realtà è tutto duro, anche stare in sosta.
È una lotta continua, tiri molto belli e lunghissimi ma completamente da attrezzare si alternano a tiri sempre da attrezzare ma molto meno belli, su roccia a volte dubbia, un grosso appiglio mi rimane in mano e cade sul mio piede. Aspetterò 5 ore per togliere la scarpetta, terrorizzato da un possibile gonfiore che non mi avrebbe permesso di rimetterla, male cane ma resisto.
Luigi risolve magistralmente e con non poco impegno tutti i tiri, superando tratti bagnati, tratti con erba, e per finire la roccia friabilissima dell’ultimo tiro duro.
Alla fine arriva la cengia, siamo fuori dalle difficoltà e poi dopo 3 tiri è la volta del tiro numero 24 e la cima, una bella e spaziosa cima. Emozione e soddisfazione grandissima. Posto meraviglioso, tramonto da ricordare e secondo bivacco. Momenti unici.
Ci troviamo in un posto meraviglioso, non lontano dalla civiltà ma incredibilmente selvaggio. Raramente ho provato questo curioso distacco dalla civiltà, che vedi in fondo alla valle, ti sembra di toccarla ma sei lontanissimo.
Posti severi che ho vissuto, come il pilastro Bonatti al Dru, la cresta delle Jorasses, i pilastri del Brouillard (tutti postacci estremamente selvaggi nel gruppo del Monte Bianco) mi sembrano, confrontati, posti tranquilli dove hai quasi la sicurezza di tornare a casa in qualche ora.
Qui no. Tornare a casa vuol dire 1400 metri di corde doppie da attrezzare, nel nulla… impensabile.
Il giorno dopo una discesa curiosa con: discesa, salita, discesa, salita e discesa infinita ci porteranno a valle dopo circa 10 ore.
L’avventura ha termine, l’emozione è da pianto, mi faccio una foto dopo 3 giorni senza rasoio, nella foto vedo un “vecchio” con la barba bianca che ha fatto una cosa da giovane.
Una birra ancora fresca lasciata in auto, una fetta di pane con il pesto avanzato dalla cena di 3 giorni fa sarà la cena prima del rientro a Milano.
Felicità, soddisfazione e stanchezza.
La solita storia, la solita vita da arrampicatore.
Grazie Luigi, grazie Spiz di Lagunaz, e grazie a Renato Casarotto che nel 1975 aprì le porte al futuro dell’arrampicata moderna.
Alla prossima! Magari sempre nella valle di San Lucano…
Luca Bozzi (vecchio alpinista con discreta esperienza)





















