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“Voglio salire lissù” – la Mania del Secondo

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il racconto di Nicoletta Corradino, una ragazza che con grande entusiasmo ha preso parte al corso AL1 del 2021.

“Voglio salire lissù” è quello che penso ogni volta che vedo un tiro, dopo aver detto dieci minuti prima “no ma questo era l’ultimo”. È il pensiero che mi preme quando sono sotto, guardo o faccio sicura. E poi se c’è un pezzo difficile mi sale proprio la curiosità: “ma chissà com’è fatto” e che fai, non vuoi provarlo anche tu? Non importa quanti buchi hai sulle dita, quante volte hai urlato “ahia che male” mentre le infilavi nei buchi del calcare, sarà sempre così: “massì la provo”, “tanto al massimo mi appendo”. Per questa ostinazione alle 16 mi ritrovo spesso a metà di un tiro, che tendenzialmente – per coerenza – è anche il più lungo e/o difficile della giornata, e inizio a parlare da sola: “no ma adesso mollo”, “ma come si fa a passare per di qua?!?”, “ah ma è ancora così lontana la sosta, non ce la posso fare” … “dai, dai che ce la fai” *e digrigni*. Alè. Dopo 40 minuti di imprecazioni, un po’ di sangue sulle dita e le braccia indolenzite mi ritrovo su, e se sono ancora abbastanza cosciente per non farmi calare subito a salame riesco anche a godermi il panorama. Ho scoperto che i tiri che mi piacciono di più sono proprio i più lunghi, quando arrivata alla fine vedo gli altri come dei pallini molto piccoli. Poi, dato che sono miope, anche sfocati.
Ecco che finché sei secondo le provi tutte e anche se non avevi mai arrampicato prima ed è la tua quarta uscita ti butti sul 6a.

Mi chiedevo come fosse, allora, salire da primo. Complice la semplicità dei tiri, la ho trovata la cosa più rilassante di sempre, anche quando non conoscevo già le prese: “gulp” “se cado qua mi sfracello” erano quasi assenti nel mio cervello. E poi diciamolo, si sente la vera arrampicata libera ed è molto più comoda. Sei Tu, la roccia, la corda, i rinvii, il tuo fedele assicuratore e di nuovo Tu che parli da solo – o alla roccia (e probabilmente tra qualche anno allo psichiatra). Che poi le fai anche delle domande e lei ti risponde silenziosa: “ma dov’è la presa?” la squadri, la trovi e la provi.
Anche scendere è più comodo se non devi ripassare i rinvii. Adesso che è finita mi sento un po’ commossa, perché la FALC è proprio una bella famiglia e, cari lettori, non credo che vi libererete facilmente di me e della mia testardaggine. Sicuramente finirò con l’imprecare anche quando salirò da prima su tiri più difficili, ma forse sarò così concentrata da non trovarne il tempo. Nel frattempo vado in palestra… e spero in una prossima apertura di una palestra FALC!

Au revoir Falchi!

Nicoletta Corradino