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Finale Ligure, Speed record su Simonetta

Non mi ricordo più quante volte ho scalato SImonetta.

Nè ricordo la prima volta.

Quello che ricordo perfettamente è però la sensazione che ho avuto quella prima volta: Simonetta mi è sembrata la via perfetta per un allievo che comincia a scalare una via di più tiri: percorso tortuoso, soste su alberi, su catene, su fittoni da collegare, possibilità di piazzare qualche protezione veloce, qualche friend, opportunità di sperimentare situazioni in cui non si vede o non si sente il compagno di cordata.

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Ed è per questo motivo che ci sono tornato sistematicamente da istruttore con gli allievi, ogni volta che tornavo alla Rocca di Perti a Finale. Nel 2018 avevo un allievo davvero in gamba in cordata con me: scalando con calma e senza troppi pensieri arrivammo in cima in poco più di un’ora. Fu lì che cominciai a pensare che forse, forse andando un po’ veloci ci si poteva mettere magari meno di un’ora.

È stato allora che ho cominciato a guardarci più seriamente: 150 metri di via, 6 o 7 tiri a seconda di dove si decide di sostare e non troppo altro a cui prestare apparentemente attenzione. Quasi per caso mi sono imbattuto nel video di Marco di Clemente, che ne descrive l’apertura e il tracciato affrontato la prima volta nel 1973 assieme al fratello, a Gianluigi Vaccari e Maurizio Agnese.

“Credo che l’abbia individuata sempre Gianluigi, che oltre a essere un ricercatore all’Università di Fisica aveva una rappresentanza di prodotti medicali, pertanto spesso era all’ospedale di Pietra Ligure. E andando avanti indietro sull’autostrada passava proprio sotto la Rocca di Perti, e spesso e volentieri si fermava lì, a guardare, fare le foto col binocolo per vedere che cosa si poteva fare di nuovo su quella parete lì.

Eravamo io, Gian Luigi, mio fratello e Maurizio Agnese – mi pare di ricordare – in quattro.

Simonetta era la fidanzata di Maurizio pertanto abbiamo dato questo nome. Avventurosa nel senso che si partiva da quello che aveva individuato come punto di attacco e poi si cercava la via più facile per arrivare in cima, non c’era uno studio particolare, approfondito. E anche lì quell’uscita lì stata individuata perché c’era un non so più cos’era probabilmente una piccola quercia, o un alberello che usciva e ci è sembrato già una appiglio che poteva consentire di andare a vedere sopra quel muretto che cosa c’era.

Era proprio all’ultimo tiro: che poi oltretutto secondo me, se lo ricordo bene, è anche uno dei più belli di tutta la via perché è una fessura che poi arriva fino in cima, quasi proprio dalla dalla croce della Rocca di Perti”. [Marco Di Clemente, Finale68]


Ho cominciato a parlare dello speed record su Simonetta ad uno dei miei compagni di cordata – Michele – quasi per gioco. L’idea è circolata a lungo fra amici e altri soci di arrampicata, ma è rimasta sempre nel dimenticatoio, sorpassata da giornate in falesia dove l’ego del grado – che accompagna costantemente il nostro sport – ci porta sempre.

Poi inaspettatamente, il giorno prima di un’uscita del corso Falc AL2, un paio di istruttori – Roberto Zagolin e Alessandro Colombo – si presentano alla base della via alle prime luci dell’alba e la salgono in poco più di quaranta minuti, settando quel record minimo da battere di cui avevamo bisogno per smuovere le acque.

In un attimo monta la competizione: il sogno di scalare la via con Michele in velocità lo infrange lui stesso il giorno seguente! In un momento di stanca pomeridiana post-falesia Michele e Roberto, fresco di speed record, fanno “un paio di giretti veloci”: l’obiettivo ora è semplice e misurabile, scendere sotto i 40 minuti. E i ragazzi ci riescono migliorandolo di parecchio. Al secondo giro bloccano il cronometro a 30 minuti e 32 secondi. In cima, col fiatone e due sorrisoni stampati in faccia credono che scendere sotto la mezz’ora sia infattibile. E invece no.


La scimmia sale potente.

Passano solo pochi giorni, bisogna aspettare una finestra di bel tempo e ritornare a provare a fare di meglio. Il gioco diventa ogni volta più divertente e mettere assieme i pezzi diventa sempre più una questione di dettagli. Robi si presenta all’attacco con una corda pronta per essere tagliata: corda corta, meno rinvii, materiale al minimo indispensabile, forse. Ma ora non è più solo una questione di velocità: bisogna essere perfetti, c’è da fare la migliore prestazione, nella migliore giornata, c’è il meteo, ci sono gli imprevisti, corde che si incastrano e svariate cordate su una via che è la più classica alla parete sud di Perti.

Questa volta Michele e Roberto devono fare 4 giri prima di imbroccare quello buono e migliorare ancora una volta il record. Stavolta il cronometro segna un tempo incredibile: 18 minuti e 7 secondi.

Sembra un record imbattibile. Di nuovo.


Per qualche giorno ci rimugino ancora sopra: conosco quella via come le mie tasche, chiudo gli occhi e ricordo lucidamente passaggi, piedi buoni e piedi unti, alberi salvifici, ricordo dove sono i buchi buoni (che a Finale fa l’80% della riuscita di una via) e dove sono le lame nascoste.

Dicono che c’è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare: ma a un certo punto non riesco a stare più a casa. L’ego si fa sentire, potente e infido come non mai. Un po’ per sfida, un po’ per sfacciataggine ci vado da solo senza compagni da aspettare e recuperare. All’attacco delle via, lì dove c’è la scritta sbiadita “Simonetta” e una chiazza a forma di mano abbiamo stabilito che sia il “punto regolamentare” da cui partire. Senza corda, senza compagni e senza margine di errore è un altro gioco. Bello, ma completamente diverso: salgo rapido, arrivo in cima, riscendo dal sentiero e riparto, di nuovo più deciso e concentrato.

In cima alla via c’è una targa in memoria di un alpinista: “Nulla si crea tutto si trasforma” recita il testo davanti al posto in cui per convenzione fermiamo il tempo. Quando fermo il cronometro la seconda volta mi rendo conto che ci ho messo poco, molto poco.

Son felice, al settimo cielo. Da soli difficile fare meglio, forse.

Stracciare il record di qualcun altro, soprattutto un amico, è uno spasso. Ma quel sogno che era nato per essere condiviso va ancora condiviso. E per infrangere anche l’ultimo record serve mettere assieme tattica e conoscenza della via.


L’ennesimo venerdì pomeriggio: screenshot del meteo buono, e whatsapp di rito a Michele: “Simonetta?”

Una giornata fredda e soleggiata. Condizioni perfette per il sending. Sotto la parete a guardare, studiare e immaginare come questo esercizio di velocità e precisione possa essere reso più perfetto di quanto è già stato fatto.

Marco Di Clemente se lo ricorda bene – Non c’era uno studio particolare – dice.

Noi invece dobbiamo studiare parecchio perchè per percorrere una via in velocità è necessario analizzare ogni singolo dettaglio e passaggio, conoscere a menadito movimenti, soste, posizione dei chiodi. E poi scegliere con cura il materiale da portare, e quello da lasciare a casa.

E capire fin dove si può spingere il rischio.

Fare uno speed record comporta dei rischi, come è sempre in arrampicata. Devi avere velocità e resistenza. Ma quando riesci a scalare così bene, così velocemente, è una bomba. Non avevo mai realizzato quanto può essere figo scalare così velocemente. Ti avvicini alla perfezione, scali senza errori, non sbagli movimento, non perdi tempo, non ti incasini col materiale e sei in questa coordinazione perfetta con il compagno.

Certo vale tutto: arrampicata libera, artificiale, mungere i rinvii, usare gli spit per le mani, per i piedi. La cosa più importante è che non devi cadere, mai. Non è previsto cadere.

Facciamo due giri: veloci, ma non abbastanza per abbattere il record. Un paio di cordate ci guardano senza parole mentre corriamo su e giù per la parete urlando e incitandoci a vicenda. Poi siamo ancora a terra, ripassiamo mentalmente passaggi, scambi di materiale, lasciamo giù ancora qualcosina. La via è semplice e in alcuni punti forse non proteggerei nulla. Ma oggi siamo assieme e scegliamo assieme quanto rischio prenderci: certo ci si potrebbe proteggere un po’ meno, forse un rinvio in meno, forse due per essere ancora più rapidi.

E poi via su, senza fermarsi, in quello stato di grazia che poche volte si sperimenta scalando. Quando finisco di recuperare Michi in cima alla Rocca il mio orologio segna 14 minuti e 54 secondi.

Si urla, si festeggia, si sta un po’ in silenzio a pensare quanto è bello questo gioco inutile della montagna.

E si aspetta qualcuno più veloce. Solo per il gusto di poterci tornare ancora.