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	<title>Luca Bozzi, Autore presso FALC</title>
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	<description>Società Alpinistica dal 1920 APS</description>
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		<title>L’amico ritrovato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Bozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Nov 2020 15:08:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.falc.net/racconti/lamico-ritrovato/">L’amico ritrovato</a> proviene da <a href="https://www.falc.net">FALC</a>.</p>
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									<p>Primi anni ‘80, un gruppetto di giovani climber era solito trovarsi, per allenarsi, in una palestra di Milano. La palestra nulla aveva a che vedere con le moderne palestre di arrampicata, affollate e piene di appigli in resina colorata, che siamo soliti frequentare negli ultimi anni ma era una palestra attrezzata per la ginnastica artistica e che quindi permetteva ai ragazzi di fare l’unica forma di allenamento per l’arrampicata del tempo: le trazioni alla sbarra. Trazioni in tutte le salse seguendo, spesso senza rispettarle pienamente, le terribili tabelle di allenamento tratte da “L’arrampicata sportiva” di Furio e Luca Pennisi (Ed. mediterranee 1984). Qualcuno tentava goffissimi esercizi agli anelli e alle parallele, imitando Yuri Chechi, o si spellava le mani sulla sbarra o sul muro in mattoni. Un tale Ivan (Guerini) e il muscolosissimo Angelino (Belloro) riuscivano addirittura a fare una trazione con un braccio solo! Fenomenale. Ma al cavallo con maniglie nessuno si avvicinava.</p>								</div>
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									<p>Tutto avveniva in un clima molto rilassato e privo di competizione e che immancabilmente aveva il suo epilogo in birreria.</p>
<p>Un giorno due del gruppo, Giovanni e Luca, si fissano un appuntamento in Medale. Era il 17 febbraio del 1985; in cinque ore la prima ripetizione, o meglio la prima salita, di tutti i tiri in continuità di Breakdance era fatta. Ora sembra un giochetto ma allora fu un bel risultato.I due si ritroveranno per anni in palestra o in falesia ma poi lavoro, figli, ecc. porteranno i due su strade diverse. Giovanni lascerà la sua firma di grande arrampicatore aprendo vie difficilissime in Medale, al Forcellino e al Pizzo d’Eghen; Luca, che vorrebbe aprire una via nuova ogni giorno, continuerà ad arrampicare, troverà nuove linee nel gruppo di Brenta e continuerà a sognare nuove pareti.</p>
<p>Febbraio 2017, 32 anni dopo i due si ritrovano ad arrampicare insieme, la cordata funziona, sembra quasi che non abbiano mai smesso di salire pareti insieme. I due si divertono, chiacchierano molto, ridono e arrampicano. Una bella stagione che culminerà con l’apertura di una via nuova, breve ma significativa: <strong>Mauro delle Montagne al Torrione Cecilia in Grigna.</strong></p>
<p>A Luca non sembra vero di aver finalmente trovato un compagno ideale per fare quello che a suo parere ritiene essere la cosa più bella per un arrampicatore: <strong>aprire una via nuova dalla base alla cima, </strong>(perdonatelo è un alpinista e pensa sempre che ci sia una base e una cima) e comunque per lui questo è il massimo dell’avventura.</p>
<p>E così insistentemente obbliga il suo compagno a cercare una parete dove poter lasciare la loro firma.</p>
<p>Trovata! La parete Fracia, il Monte Spedone, in altre parole quel postaccio famoso per una difficilissima e pericolosa via di Ruchin ripetuta pochissime volte e su roccia talmente friabile che forse non si può definire roccia. Complimenti per la scelta, bravo Giovanni!</p>
<p>Comunque la parete è bella, solare e presenta una zona di roccia grigia, a destra della temibile parete rossa salita dal piccoletto di Calolziocorte, che forse potrebbe offrire una bella linea di arrampicata.</p>
<p>Primo approccio per “andare a vedere”, risalire lo zoccolo e raggiungere il punto dell’ipotetico attacco.</p>
<p>Impiegheranno tutta una giornata per avere la meglio dello zoccolo, un inferno di roccia che si sgretola, rami secchi, erbacce, massi enormi che vengono lanciati nel vallone sottostante; anche i ciuffi d’erba sono friabili.</p>								</div>
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									<p>Risultato: 4 soste, una con 6 chiodi uno peggio dell’altro, 80 m di pseudo arrampicata in diagonale ascendente, una calata in doppia, un traverso su prato, 15 m di erba verticale per arrivare nalmente all’attacco. Una fatica mostruosa, tanta paura, e sopra solo una parete verticale, molto verticale&#8230; Il grigio c’è ma inizia 20m sopra la base, si vedrà. Lasciate 100 m di fisse i due ritornano stanchissimi a Erve. Camminata, risalita delle fisse e <strong>finalmente si arrampica</strong>. Con loro questa volta trapano e fix. Ci sono voluti 45 anni di attività alpinistica, pazienza coraggio e “cliffate” senza respirare, per venire a capo del primo tiro, ma alla fine sono sotto la linea grigia.</p>
<p>Si accorgono però, dal primo movimento, che qui non si scherza, gli appigli e gli appoggi belli ci sono, ma a far loro compagnia tanti altri che si sgretolano al solo sguardo e una strana “crosta” rocciosa da togliere prima dell’uso. <strong>L’arrampicata è molto tecnica, bella ma anche stressante,</strong> per questa ricerca continua dell’unico appiglio buono tra i tanti, spesso il più piccolo.</p>
<p>In più giorni, alternandosi al comando i due proseguono, l’arrampicata è sempre più bella e, come in tutte le realizzazioni di vie nuove, chi sta in sosta aspetta ore, mangia, beve e si estranea, godendosi le piccole cose, i suoni, gli odori e i colori del piccolo mondo intorno alla sosta. Ogni tanto è svegliato dal compagno al comando che ha bisogno del suo aiuto, che, come lui, è immerso nel suo piccolo mondo fatto di pochi metri quadrati di roccia, nei quali cerca l’ap-piglio giusto per compiere un movimento che possa farlo progredire anche solo di pochi centimetri, un mondo dove suoni, odori e colori sono percepiti in maniera completamente diversa.</p>
<p><strong>Tante emozioni, tanta fatica e tanta paura, tanti movimenti bellissimi di arrampicata, tanta soddisfazione</strong>. Alla fine sul prato della cima Luca urla “<em>molla tutto”</em>, Giovanni sale gli ultimi metri, uno sguardo, un abbraccio, a Luca scendono due lacrime per l’emozione, se ne accorge solo il Monte Spedone.</p>
<p><strong>“L’amico ritrovato”, una bella via, una bella storia.</strong> Buona ripetizione e buona arrampicata.</p>								</div>
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									<p><em>Nota dell’autore:</em> nei primi anni ‘80 gli arrampicatori di Milano non si definivano “climber”, i climber erano solo quelli di “Yosemite climber” dal noto libro di G. Meyers che, con il libro “Cento nuovi mattini” di A. Gogna, ha fatto sognare i giovani arrampicatori del tempo.</p>								</div>
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